Coro A.N.A. Milano

Commenti ai Concerti

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novembre 2006 - L'EMAIL DI UNA SPETTATRICE
segnalazione di Carlo Rosa
Ciao Robi, ieri sera non ti (vi) ho detto che sabato sono stata al concerto che il Coro Ana degli alpini di Milano ha tenuto in una chiesa a Casatenovo. Sono bravissimi. Sono rimasta affascinata dalla loro espressività. Come sai cantano ovviamente a cappella... il loro canto è intenso, sono capaci di pianissimi sussurrati ma cristallini, forti e fortissimi decisi e sostenuti ma mai urlati, finali lunghissimi e sfumati ....davvero una lezione di canto corale e una bellissima emozione. Hanno eseguito un repertorio di canti natalizi popolari, ma anche un "Adeste fideles" e una versione di "Ave Maris stella". Perchè non pensiamo di invitarli una volta in Santa Giustina, magari per il Natale dell'anno prossimo? un bacione e buona giornata ...e se vuoi dillo a tutti! ciao ciao. dani.
23 novembre 2005 - UN CONCERTO... "IN TENSIONE"
di Gianluca Marchesi
"Ciao Gianluca, è stato bellissimo rivedersi venerdì sera e meravigliosa è stata la vostra esibizione (ho avuto più volte le lacrime agli occhi!!)". Queste brevi ma significative parole, sono, a mio avviso, il complimento più gratificante che un corista (chi vi scrive) possa ricevere dopo un'esibizione corale. Ma andiamo con ordine; venerdì 21 ottobre, presso l'aula magna dell'Università Cattolica di Piacenza, organizzato dalla locale Sezione ANA, si è tenuto un concerto benefico per "la Casa del Fanciullo". A dire il vero, i concerti sono stati due; il primo tenuto dal Coro Val Nure (coro sezionale di Piacenza) diretto da don Gianrico Fornasari, il secondo dal Coro ANA di Milano diretto, come tutti sapete, da Massimo Marchesotti. Vi espleto velocemente tutti i dati di rito: erano presenti il direttore della sede piacentina dell'Università Cattolica, il dottor Libero Ranelli, il presidente della Sezione di Piacenza Bruno Plucani, il Consigliere nazionale emerito Fumi, il nostro Presidente Giorgio Urbinati e la rappresentante della "Casa del Fanciullo" (e chiedo venia se ho dimenticato qualcuno). Un'esibizione in grado di "far venire le lacrime agli occhi" è, come vi dicevo, assai gratificante per un coro e lo è sopratutto per due motivi: il primo perché è la conferma di una buona preparazione tecnica ottenuta col sacrificio di tutti durante le numerose prove, e il secondo, cosa più difficile, è l'aver saputo cogliere, percepire tutti insieme un elemento..., un motivo... un'emozione comune, capace di creare quella che noi coristi chiamiamo "la tensione magica", uno status particolare, diciamo così, che ci trasforma in comunicatori di emozioni, di veri e propri "transfert" nei confronti del pubblico che ci ascolta, rendendoli effettivamente partecipi delle storie che raccontiamo. Vi dico tutto ciò perché non è affatto matematico che ogni concerto sia caratterizzato dai due aspetti che vi ho citato. Mentre la preparazione tecnica rappresenta una costante fissa, può succedere, ahimè, che qualche volta non si riesca a cogliere quella scintilla emozionale che scatena l'evento magico, vuoi per l'acustica, vuoi per il pubblico, ecc.. Ma a Piacenza tutto è stato perfetto e, a dire il vero, parte del merito lo attribuirei alla straordinaria genuinità interpretativa del coro Val Nure, che cantando prima di noi, ci ha rivelato meravigliose pennellate canore di un mondo contadino appenninico che io, lo ammetto, ignoravo. Sotto l'umile ma sapiente direzione di questo straordinario vicario episcopale della Valnure, don Gianrico, non era un coro che cantava, ma un popolo intero che narrava se stesso utilizzando l'unico strumento che la povertà nei secoli gli aveva concesso: la voce, una voce che raramente si concedeva alla angelica definizione di canto, ma che spesso rappresentava l'umana sottolineatura delle tribolazioni quotidiane potendo, semmai, mutare in qualcosa di diverso solo tra i tavoli delle osterie, quasi un urlo beffardo di due, tre voci che reclamano un passato che non c'è più. Meravigliosa figura di prete, don Gianrico, una vita intera dedicata a raccogliere la memoria canora delle sue contrade, della sua Valnure, una passione e un amore infinito per la propria gente, che cogli immediatamente per come sa presentarti così, con umiltà e dolcezza, le sue singolari cante. Ecco!, la scintilla era scoccata... l'amore di quell'umile prete, le sue cante avevano fatto centro, ne eravamo tutti colpiti. Presto avremmo cantato noi e in cuor nostro sapevamo che qualcuno... avrebbe pianto ancora una volta!
24 novembre 2002 - EMOZIONI RARE AL CONCERTO PER DON CARLO GNOCCHI
di Andrea Natale
Non c'era giornata migliore per sedersi in una immensa sala da concerto e godersi uno spettacolo musicale di rara e suggestiva bellezza. È quello che mi viene in mente adesso, a distanza di poche ore da quel «concerto del Coro A.N.A. di Milano in Conservatorio nel mese di novembre» che attendevo, con una certa giovanile impazienza, da qualche mese. Quello di oggi non è stato soltanto un evento musicale, ma un percorso storico e commemorativo. Ad indicarcelo è anzitutto il titolo «Don Carlo Gnocchi, un uomo, un prete, un alpino», straordinario personaggio, di cui ricorre quest'anno il centenario della nascita; ma anche quanto è stato pubblicato sul programma di sala, una vera e propria rassegna letteraria con brani tratti da scritti di don Carlo, di un altro illustre reduce di Russia, il dott. Giulio Bedeschi, di Carlo Chiavazza e Ferruccio De Marchi. Il tutto impreziosito dalle voci recitanti di Ottavia Piccolo e Mauro Avogadro, che hanno offerto la propria professionalità interpretativa a tante parole cariche di umanità e drammatico realismo. E poi le voci del coro, anzi, del Coro A.N.A. di Milano che, ancora una volta, riescono a turbare i miei sonni notturni con un quesito di shakespeareana consistenza: «Ma esiste o mai esisterà una forma di espressione vocale più coinvolgente e attraente di quella offerta da questi quaranta o poco più cantori milanesi?». Io credo che sia difficile trovare un privilegio più grande che poter ascoltare un'esibizione del Coro A.N.A. Scusate, ma non riesco a desiderare di meglio. Non mi piace essere retorico e, per dimostrare che non lo sono affatto, vi dirò che le righe soprascritte sono state ispirate dopo l'ascolto del canto Crudele fu mio padre (tradizione popolare scozzese con traduzione ed elaborazione di Luigi Pigarelli), eseguito in ottetto, con tutta la sua dolce ma intensa espressività melodica nel racconto della tragedia. Quanta forza comunicativa emerge in questi pezzi di storia dimenticata, quanti uomini si riconoscono ancora nel sentimento di amarezza per il distacco, nella sofferenza quotidiana e nella preghiera, unico conforto e rifugio nei momenti d'affanno! L'uomo e la cultura odierna hanno bisogno di un'identità e la sua ricerca è costante, ma infinita. Duecento anni fa, il mondo culturale milanese si è adoperato per la costruzione di una personalità che si adattasse a quell'ideale giacobino-napoleonico che faceva capo al primo tentativo di costruzione di un vero Stato italiano. Oggi, 24 novembre 2002, Milano, con il suo coro della Sezione A.N.A., ha dimostrato di voler costruire una sua identità, partendo dal passato e interpretandolo nel presente. Anzi, di più, ha dato l'impressione di voler costruire un uomo nuovo, più solidale, onesto, generoso, accogliente e costruttore di pace. L'esempio per tutti è stato don Carlo. Il mezzo per arrivarci è il canto. «Creiamo l'uomo nuovo». Naturalmente cantando...
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